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Food for Thought

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A tu per tu con Marta
Dall’Italia all Austalia- L’intervista con Giulia Brazzoli

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Rubrica Allora!

April Edition

La Terapia via Skype

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Interview with Atlas Migration Experts 

Diventare Psicologi in Australia

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Rubrica ALLORA!

January:

"Psicologia e psicoterapia: a tu per tu con i lettori"

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Interview

Interview with Radio Italia Uno 03/11/20

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Interview

Interview with Radio Rete Italia 06/10/20

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Interview

Interview with Radio Rete Italia 09/09/20

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Interview

Interview with Radio Italia Uno 28/07/20

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Interview

Quando la più alta forma di coraggio è il riuscire a chiedere aiuto

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Interview

Skype Therapy:

similarities and differences compared with the traditional setting

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Interview

Rubrica ALLORA!

June:

"Psicoterapia: A tu per tu con i lettori"

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Interview

Intervista con

 Alberto Padovani

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Idea

Affacciandoci

alla Fase 2

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Rubrica Allora!
July Edition
La vita come una partita di pallavolo

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Interview with

Radio Italia Uno

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Rubrica ALLORA!

March:

"Psicologia e psicoterapia: a tu per tu con i lettori"

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Rubrica ALLORA!

December:

"Psicologia e psicoterapia: a tu per tu con i lettori"

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Rubrica ALLORA!

November:

"The social dilemma"

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Rubrica ALLORA!

October:

"Psicologia e psicoterapia: a tu per tu con i lettori"

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Interview

Rubrica ALLORA!

September:

"Andare o restare: questo è il dilemma"

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Rubrica ALLORA!

August:

"Psicoterapia: A tu per tu con i lettori"

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Interview

Rubrica ALLORA!

July:

"Psicoterapia:

A tu per tu con i lettori"

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Interview

Interview

Radio Italia Uno

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Interview

Interview 

Radio Italia Uno

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Riscoprirsi in quarantena

A tu per tu con Marta

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Quanto è difficile fare un lavoro come il tuo, in cui la comunicazione è lo strumento principale, non conoscendo fino in fondo la lingua?

Ad essere sincera, quando durante i miei studi fantasticavo riguardo il trasferirmi all’estero, questo dubbio è stato quello che più mi tormentava. In effetti, la maggior parte del mio lavoro passa attraverso il canale del linguaggio il quale, sia a livello verbale che non verbale, poteva rappresentare una barriera culturale non indifferente.

 

Per lo stesso motivo, una volta registrata all’albo australiano e abilitata a lavorare come Psicologa in Australia, ho inizialmente preferito limitarmi a interfacciarmi con clienti italiani residenti in Australia. Ad un certo punto però, per circostanze lavorative legate al visto, ho dovuto inevitabilmente iniziare a lavorare con clienti Australiani (di cui la maggior parte, come sappiamo, ha una diversa cultura di origine), Italiani e Spagnoli allo stesso tempo. Mi sono presto quindi trovata ad alternare, ora per ora, lingue completamente diverse, accenti, modalità espressive e comunicative.

 

Ad oggi posso confermare quello che, all’epoca dei miei primi dubbi, il mio mentore mi invitava a pensare: spesso diamo per scontato di conoscere il significato di ciò che l’altra persona ci sta cercando di dire solo perché’ stiamo parlando “la stessa lingua”. Conosciamo quel preciso vocabolo e assumiamo, senza alcun dubbio, che ci stiamo quindi riferendo alla stessa cosa e di comprendere fino in fondo l’esperienza di chi ce la sta raccontando. In realtà, e questo lo affermo per esperienza non solo professionale ma anche personale, spesso non ci stiamo affatto capendo, pur parlando la stessa lingua.

 

Ad oggi, ritengo la chiara consapevolezza di avere un “gap di comprensione”, reso più evidente dal parlare un idioma differente e dall’ appartenere ad una cultura diversa, un aiuto ed una risorsa, più che un limite. A me personalmente aiuta a ricordare, in ogni momento del mio lavoro, di non dare per scontato di stare completamente capendo quello che l’altro mi sta provando a comunicare, di fare domande in più per esplorare i suoi personali significati. Spesso questa esplorazione conduce a scoperte sorprendenti, che non si sarebbero mai rivelate senza la curiosità generata dal dubbio.

Hai riscontrato difficoltà diverse nei due paesi che coinvolgono aspetti legati al linguaggio?

 

A livello personale è stato fin da subito d’impatto avere a che fare con “l’apparente e costante gentilezza” che gli australiani hanno ereditato dalla cultura anglosassone.

Naturalmente la mia sarà inevitabilmente una generalizzazione poiché, in entrambe le culture ci distinguiamo molto in questa attitudine. Mi sento però di poter affermare che, in linea generale, noi Europei (e sicuramente noi Italiani per eccellenza) siamo abituati a dire “le cose in faccia” e a dare più per scontato che se nessuno sottolinea un problema evidentemente significa che quello non esiste, e viceversa che in caso contrario ce lo avrebbero detto. Diversamente, nel mondo australiano ho presto capito di non poter presumere altrettanto. In Australia non sai mai se dietro l’apparente volto accogliente e compiaciuto si nasconda realmente approvazione o disappunto mascherato da una facciata di “buona educazione”. Qui bisogna fare uno sforzo in più per leggere tra le righe e provare ad ipotizzare quello che l’altro sta davvero pensando.

 

Un diretto derivato di questo approccio è quello del “Praise Sandwich” (che se vuoi sopravvivere lavorativamente in Australia è semplicemente un “must do”) ossia di inserire qualunque critica, osservazione scomoda od obiezione tra un complimento introduttivo ed uno conclusivo. Tuttora nel leggere certe email mi sorge un sorriso spontaneo nel constatare lo sforzo impiegato per tale impiattamento.

 

Questo gap culturale mi ha indubbiamente colpita, confusa, ha creato le basi per svariati “misunderstanding ” e anche di qualche fastidiosa discussione. Ripeto, riagganciandomi alla precedente domanda, che questo può avvenire con l’interlocutore australiano, cinese, ma anche con il vicino di casa dello stesso paese. Si tratta quindi semplicemente di una consapevolezza in più di quanto possiamo essere diversi e l’accortezza di non dare per scontato di essere “sulla stessa pagina”, come si dice qui.

 

A livello lavorativo questa differenza si declina nell’abbondanza di clienti auto-definiti “people pleaser”. Molto più spesso, rispetto al contesto italiano, riscontro difficoltà a comunicare ed esternare il proprio disappunto. Le persone vengono da me con una rabbia e un risentimento accumulato nel tempo per qualcuno o per una situazione, che non sono mai stati espressi e ai quali sembra impossibile poter trovare il modo di dare voce.

Naturalmente questa attitudine a soffocare le proprie emozioni negative e a non legittimarle porta con sé, a cascata, svariate possibili ripercussioni e problematiche tra cui esplosioni aggressive inaspettate e incomprensibili, soffocamento del malumore con sostanze stupefacenti, autolesionismo, isolamento sociale etc.

 

In aggiunta a questo freno inibitorio nei confronti dell’esternalizzazione del proprio pensiero, mi capita di accorgermi che lo stesso freno è stato anche applicato interiormente. Spesso cioè la persona non riporta solo un limite nella capacità di esprimere  un mondo interiore di cui è consapevole, ma è come se questo mondo interiore, forse per comodità, venisse nascosto anche a sé stesso.

 

Avendo occasione di lavorare con persone di entrambi i background culturali ho riscontrato, a tal proposito, una diversa abitudine ed attitudine all’introspezione, ossia all’esplorazione del nostro stato interiore (a cosa stiamo pensando, come ci sentiamo, perché ci sentiamo in questo modo, perché abbiamo fatto una certa azione di cui poi ci siamo pentiti etc).

Mi sono presto accorta che le mie domande in terapia sono estremamente differenti con i pazienti dei due mondi culturali (sempre generalizzando, naturalmente). Con il paziente australiano si possono passare anche 40 minuti cercando di mettere a fuoco una sensazione provata, il pensiero retrostante ad un’azione riportata o l’origine di quel pensiero. Domande “semplici” mettono in seria difficoltà essenzialmente perché il cliente australiano non sembra abituato a porsele. Spesso infatti, è proprio con i pazienti australiani che riscontro i migliori successi e in tempi molto brevi; proprio perché bastavano poche ma cruciali domande per arrivare alle risposte che cercavano.

Il cliente Europeo invece arriva, il più delle volte, fin dal primo colloquio con tutto questo materiale introspettivo già pronto e molto chiaro. Me lo serve sul tavolo con un discreto ordine e arriva dritto al punto in cui la sua comprensione si è infilata in un vicolo cieco perché io lo aiuti ad uscirne.

Visto che lavori anche con adolescenti e fai interventi scolastici, in che modo tutto questa differenza culturale hai notato impatta il sistema educativo?

 

L’attitudine al cercare di non dispiacere nessuno precedentemente descritta si declina, in questo campo, in uno stile educativo che io chiamo del “tutto va bene”. Sostanzialmente l’idea di base è che il bambino non vada mai frustrato e che qualunque cosa sia in grado di produrre va rispettata e validata nella sua unicità. Se come ideologia di fondo può essere rispettabile e comprensibile, credo che, quando portata all’eccesso, sfoci in qualcosa di poco utile, almeno ai fini adattivi. Al contrario, nella mia esperienza lavorativa rappresenta una “Motivation killer”.

 

Ho seguito, e seguo tuttora, pre-adolescenti che vengono indirizzati a me dai genitori per scarsi successi scolastici o perché “non si impegnano” e sono sempre “svogliati”. Quando esplori con il ragazzo le ragioni del suo scarso interesse e motivazione allo studio spesso l’unica risposta è che non ne vedono semplicemente il motivo.

Non ci sono ripercussioni nel caso in cui non dovessero fare nulla (loro stessi dicono che nessuno perde l’anno a meno che ti assenti da scuola per irragionevoli periodi di tempo). Che passino le ore a casa a fare i compiti o a giocare al computer non fa alcuna differenza in termini di conseguenze concrete. Inevitabilmente, e lo dicono con serenità e chiarezza, preferiscono fare altre cose che a quell'età sono più allettanti rispetto allo studio.

E in effetti, mentre li ascolto, stento a capire come biasimarli.

 

Nonostante condivida l’importanza di adattare gli obiettivi e le valutazioni al rispetto dei limiti e alle risorse di ciascuno, trovo che in questo modo si perda completamente il senso del fare fatica, provare ad andare contro i propri limiti per imparare qualcosa di nuovo o sviluppare nuove competenze. Il risultato è semplicemente che si creano ragazzi annoiati, demotivati, frustrati dalla famiglia che li vorrebbe vedere fare di più, ma soprattutto non consapevoli del valore di un traguardo raggiunto grazie ai propri sforzi.

Tutto ciò poi, di nuovo, si può facilmente trasformare in futuro nella difficoltà di saper affrontare le sfide che la vita adulta propone e nell’essere preparati al fatto che quasi mai il successo lo si ottiene gratuitamente.

 

Io personalmente credo che un buon connubio tra l’estrema meritocrazia che valuta solo il risultato finale e l’eccessiva indulgenza che cessa ogni valutazione, sia quella di premiare il “miglioramento” del singolo rispetto al suo livello iniziale.

E’ vero che la nostra identità può essere intaccata e in qualche modo cambiare in base alla lingua che parliamo?

 

La risposta è sicuramente Sì. Il linguaggio, in tutte le sue forme, riveste un ruolo fondamentale per la vita dell'uomo e senza di esso tante delle nostre attività quotidiane diventerebbero certamente molto difficoltose (come molti di noi avranno sperimentato sulla propria pelle all’arrivo in Australia se non molto familiari con l’inglese).

Senza comunicare diventa tutto più complicato: chiedere qualcosa, esprimere un bisogno, ottenere ciò che si vuole, condividere ricordi, fare una battuta o capire quelle degli altri, esporre la propria opinione etc.

 

La difficoltà o la naturalezza con cui possiamo affrontare tutte queste semplici azioni che ci accompagnano nel quotidiano, sicuramente incidono sulla disinvoltura con cui ci approcciamo agli altri, nella determinazione con cui affrontiamo un discorso e puntiamo i piedi per ottenere qualcosa. Tutto questo avrà, a sua volta, un impatto sulla nostra efficacia relazionale, lavorativa, accademica e, in generale, sulla nostra identità.

 

Con “identità” non mi riferisco unicamente al modo in cui ci percepiscono gli altri (e quindi su come si comportano di conseguenza con noi) ma anche su come noi percepiamo noi stessi. Per spiegare questo punto mi rifaccio all’eterno Goffman e alla sua Teoria dei Sé.

Goffman affermava che tutti noi possediamo diversi “Sé’” che mettiamo in campo in contesti o relazioni differenti in base alla loro maggiore efficacia.

Il sociologo sostiene che gli atteggiamenti umani dipendano dagli scenari e dalle relazioni personali che viviamo e che, quindi, siamo costantemente sottoposti ad una continua rivisitazione della nostra immagine di fronte al resto del mondo.

 

In effetti credo che ciascuno di noi possa riconoscere di essere diverso quando interfaccia la propria madre rispetto a quando interagisce con il proprio migliore amico, con il proprio cane o con il proprio capo al lavoro, con la propria sorella o con la ragazza/o che ci interessa conquistare. Allo stesso modo, possiamo ricordarci che quando al liceo eravamo considerati “il secchione della classe” la nostra identità si fosse un po’ adattata a questo ruolo mentre ad oggi che siamo il "più festaiolo tra tutti i colleghi” ci sentiamo di avere completamente una diversa personalità.

A volte ci può anche essere capitato di ritrovarci in situazioni che coinvolgono persone appartenenti a diversi contesti o distinte fasi della nostra vita e, presi da una sensazione di scomodità e imbarazzo, abbiamo cercato di riadattare i nostri interventi e modalità (più o meno consapevolmente) in base al nostro interlocutore, trasformandoci in camaleonti sociali.

 

Tutto questo fa semplicemente parte di una strategia di adattamento sociale che applichiamo automaticamente e, quando non accade, il risultato sfocia tendenzialmente nel dramma oppure nell’ilarità. Semplici esempi di tutto questo sono quando ci smette di farci piacere che la mamma ci dia il bacino o ci accompagni fino proprio davanti alla scuola la mattina perché non vogliamo e che i nostri amici lo vedono; quando invitiamo l’amico con cui di solito usciamo il Sabato sera a pranzo dalla nonna la Domenica, quando alla laurea devi leggere, davanti ai parenti, da ubriaco, tutte bravate che hai fatto nel corso degli anni e che i tuoi amici hanno scritto nel tuo papiro di laurea (chi non sa cosa sia, si è perso davvero molto!).

 

Nello stesso modo, tornando a noi che parliamo una lingua diversa, mentre viviamo dall’altra parte del mondo e siamo improvvisamente circondati da persone che ci conoscono per la prima volta….certamente non siamo le stesse persone che saremmo con gli storici amici nei soliti posti.

Anzi, per alcuni di noi, come emerge nelle storie di alcuni clienti, sulla scia di Mattia Pascal, partire ha rappresentato proprio il desiderio di fuggire dalle vecchie idee su sé stessi, dai vincoli entro cui ci sentivamo incastrati attraverso gli occhi degli altri, alla possibilità di ricostruire tutto da capo: una vita e un nuovo “Sé’”.

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Allora! (July Edition)  La vita come una partita di pallavolo

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Spesso in terapia mi capita di comparare le situazioni riportate dai miei clienti a cio’ che avviene in un campo da pallavolo. Mentre li ascolto inizio a disegnare su un foglio un rettangolo tagliato a meta’ da una rete, e chiedo loro: “Hai mai giocato a pallavolo?”. In genere come prima reazione ottengo occhi perplessi e dubbiosi ma, successivamente, questo stimolo iniziale porta con se’ importanti riflessioni anche nei piu scettici e diviene una metafora che da li in seguito accompagnerà’ i nostri futuri discorsi. 

Come credo tutti sappiamo, un campo da pallavolo e’ composto da due meta’ campo divise da una rete che non può’ essere toccata, sancendo in modo preciso e invalicabile lo spazio di azione di ciascuna delle due squadre. 

Il capitano di ciascuna delle due squadre ha il ruolo di dirigere le azioni dei membri della propria squadra in base alle azioni che nell’altra parte del campo un altro capitano sceglierà di far compiere alla propria. 

Dal mio punto di vista, queste poche e semplici regole possono essere utilizzate per descrivere cio che avviene anche nel gioco della vita: Siamo costantemente coinvolti in dinamiche di cui noi abbiamo un parziale ma fondamentale potere decisionale. Non disponiamo di tutto il campo, non possiamo decidere come gli altri si comporteranno con noi, cosa peseranno, come valuteranno le nostre azioni e cosa sceglieranno di fare. Non possiamo neanche decidere molti dei nostri aspetti fisiologici e strutturali, così come non possiamo tornare indietro nel tempo per cancellare eventi già accaduti o cambiare scelte fatte in passato. Tutte queste variabili (e molte altre, di cui il COVID e’ solo l’ultimo grande esempio) appartengono all’ “altra meta’ del campo” e come tali sfuggono al nostro potere decisionale. 

Mi piace immaginare le persone che incontro nella stanza della terapia come dei capitani che non riescono a spiegarsi perché’ la propria squadra non stia avendo successo in campo e si siano percio’ rivolti ad un consulente esterno, un supervisore che li aiuti a osservare le dinamiche di gioco da un’altra prospettiva permettendogli di metterei fuoco ciò’ che non funziona e identificare nuove strategie da provare a portare in campo. 

Mi sono presto accorta che all’interno di questa metafora emergevano due principali errori in cui i capitani tendono ad incappare più frequentemente: 

Il primo e’ quello tipico dei capitani che vorrebbero decidere anche le scelte dell’altra squadra, come questa dovrebbe giocare, come dovrebbe lanciare loro la palla e come dovrebbe controbattere alle loro azioni: l’illusione del Controllo. Questi capitani fanno correre costantemente la loro squadra per il campo anche nei momenti in cui la palla si trova al di la della rete e non resterebbe che aspettare l’azione avversaria prima di poter prendere qualunque altra decisione. Sono in genere capitàni di squadre stremate, affaticate, senza più fiato ne’ concentrazione. Sono quindi anche spesso capitani arrabbiati coo gli avversari, insoddisfatti del calo di performance dei proprio giocatori e gli esiti  negativi che tutto questo ha sul punteggio. 

Queste sono persone che arrivano nel mio studio perché’ “ansiose”, perché insoddisfatte per cose che non sono riuscite a fare, perché frustrate di cose che non sono andate secondo i piani, perche’ rancorose o arrabbiate verso chi, secondo loro, non ha giocato come secondo loro avrebbe dovuto.

E poi c’e’ il secondo tipo di capitani. Quelli che, consapevoli di non poter avere l’intero campo sotto controllo, dimenticano di averne comunque meta’ e vivono l’esperienza opposta: L’impotenza.

Sono capitani questi che io immagino seduti in panchina a guardare la partita continuare anche senza la loro squadra difendere la propria meta’ campo. 

Capitani che continuano a vedere la palla cadere al suolo e a subire punti. Capitani che quindi sempre più si auto-convincono non ci sia nulla che possano fare per provare a cambiare l’esito finale della partita. 

Sono persone queste che arrivano da me perché’ “depresse”, perché’ non capiscono che senso abbia continuare a vivere, perche’ non trovano più’ alcuna motivazione nel fare sforzi perché’ tanto nulla ai loro occhi potra’ mai cambiare.

Il chiaro e semplice messaggio che la pallavolo mi aiuta a trasmettere ai capitani che bussano alla mia porta e’ che la prima e piu’ importante abilità di un buon capitano e’ quella di sapere “banalmente” distinguere quando la palla si trova nel proprio campo e quando oltre alla rete; quando e’ il momento dell’azione e quando e’ quello dell’ attesa; quando quello di correre e quando quello di riposare; quando quello di decidere e quando quello di accettare la decisione altrui. Questa “banale”distinzione e’ quella che evita ad una squadra di correre inutilmente per il campo sprecando energie quando la palla e’ nelle mani del nostro avversario o di restare immobili quando invece sarebbe il momento di disporsi in campo e attivamente scegliere come re-indirizzare quella palla dall’altra parte del campo. 

In una partita di pallavolo possiamo trovarci di fronte ad avversari a volte poco amichevoli, sleali, desiderosi di vincere a qualunque costo; mentre altre volte ad altri più’ sportivi e con cui giocare diventa più divertente. Allo stesso modo ci sono tra noi persone che hanno vissuto esperienze più dolorose di altri, che hanno storie passate più tormentate di altre, che possono essere ritenute per certi aspetti più’ o meno fortunati o agevolati di altri. Conoscere chi sta nell’altra parte del campo e dentro quali limiti di gioco ci muoviamo e’ certamente utile ed importate, ma solo se lo usiamo per capire quale e’ lo spazio di azione che ancora ci romane e come sfruttarlo al meglio.

Allo stesso modo esplorare (a volte) in terapia la storia di alcune proprie convinzioni, strategie di gioco, paure, attitudini, approcci relazionali etc. può essere certamente di aiuto per capire meglio limiti e punti di forza della propria squadra e di quella avversaria se fatto con lo scopo di capire come essere piu efficaci nella propria meta campo o quali strategie di gioco nuove sperimentare, non se fatto con l’idea di voler cambiare gli altri, capire come avere il controllo di cio che non e’ in nostro potere o trovare giustificazini sul perche’ sia inutile continuare a giocare. 

Per concludere, in una partita da pallavolo, nessuna squadra comanderà mai l’intero campo cosi’ come, allo stesso tempo, avrà sempre meta campo in cui muoversi liberamente. 

Allora! (April Edition) 
 
La terapia via Skype: aspetti di somiglianza e differenza rispetto alla terapia tradizionale

Internet sta sempre più rapidamente cambiando il nostro modo di comunicare, trasformando il nostro modo di vivere mano a mano che essa stessa si perfeziona per meglio rispondere alle nostre più svariate esigenze. Possiamo anche non essere d’accordo con il fatto che sia reso “indispensabile” ma non si può negare che ormai internet sia entrato nelle nostre vite modificando, e in certi casi rivoluzionando, le nostre attività quotidiane.

 

Così come in ogni altro campo di applicazione, nonostante con più ritardo e molta più resistenza, internet ha preso piede anche nel mondo della psicoterapia.

E’ un fenomeno ormai presente e con cui si deve, e si dovrà sempre più, imparare a convivere.

Internet infatti consente non solo di collegarsi con un terapeuta da ogni parte del mondo oltrepassando le barriere geografiche, di dare continuità al percorso quando vedersi è impraticabile, di ridurre i costi dell’affitto della stanza i disagi degli spostamenti per grandi distanze o in casi di handicap che ostacolano la locomozione. 

Queste novità, che hanno pervaso la nostra vita quotidiana e il nostro lavoro, hanno inevitabilmente dato vita a varie posizioni, critiche, perplessità e scetticismi.

Moltissimi autori, professionisti del campo e non, hanno espresso la loro opinione rispetto alla possibilità di utilizzare nuovi strumenti nella pratica clinica, ai limiti e alle risorse che esso porta con sé, dando vita a quello che è un vero e proprio dibattito sul tema.

 

Io personalmente utilizzo questo strumento da prima del Corona virus ed ho sempre avuto un particolare interesse per le implicazioni, limiti, risorse e diverse possibilità che esso porta con Sè. Già ormai cinque anni fa ho scritto la mia tesi di specializzazione in psicoterapia proprio sul tema della "Terapia via Skype”, conducendo una ricerca volta a esplorare differenze e similitudini tra la modalità classica e quella online. 

Tutto era nato dalla mia necessità di utilizzarlo come unica soluzione per permettere il proseguimento di un lavoro già avviato con una paziente. Nel cambiare il setting dei nostri incontri mi ero rapidamente accorta che anche altre cose stavano cambiando sia nel nostro lavoro che nella nostra relazione. 

Riprendendo nell’ordine le parole di due grandi autori come Goffman e Watzlawick: “In ambienti e relazioni diversi le persone si comportano in modi diversi. Modificazioni anche minime dell'ambiente possono portare le persone a comportarsi in modo molti diverso dal solito."

“E’ da mettersi in discussione l’idea di una conoscenza "oggettiva" come sapere “fedele” di un ordine esterno indipendente dall'osservatore. In ciò che guardiamo e valutiamo, quindi, entra in gioco il nostro sguardo e, le nostre letture, dicono più di noi che che guardiamo di ciò che stiamo “realmente” vedendo. 

Skype stesso, se letto alla luce di questi presupposti, è un evento costruito da ciascuna persona in base agli strumenti e mezzi che ha a disposizione nel farlo. Ciascun paziente, come ciascun terapeuta, nel momento in cui sceglie di utilizzare questo mezzo, ha delle sue specifiche e personali ipotesi di ciò che questo permetterà, impedirà, differenze che apporterà all’interno della relazione e cose che invece non cambieranno affatto. 

Nel corso della mia ricerca sono emersi molti aspetti e spunti di riflessione che hanno fatto da bussola per me, nel corso delle mie successive terapie via Skype, soprattutto nel periodo in cui il lockdown ha reso questo strumento l'unica strada percorribile per il lavoro con i miei pazienti.

Naturalmente, come anticipavo, Skype pone alcuni limiti ed apre alcune possibilità.

La cosa interessante però è che ciò che rappresenta un limite per qualcuno può rappresentare invece una possibilità per qualcun altro e viceversa. Proprio per questo motivo, anche nell'uso stesso dello strumento, l’altra persona ci sta già raccontando qualcosa di lui che, se capaci di utilizzarlo, può essere parte integrante del nostro lavoro anziché qualcosa da semplicemente eliminare. 

 

Per alcune persone quella di Skype è un'esperienza completamente diversa da quella vis a vis, mentre per altri non cambia assolutamente nulla.

Alcune persone decidono categoricamente di rimandare il colloquio se gli si propone un incontro online come unica soluzione, altri invece accettano ma con molta titubanza, mentre per altri ancora è l'unica modalità accettabile per affrontare l'incontro (non solo per una lontananza geografica, ma perchè l'esporsi al mondo esterno sarebbe impensabile e fa parte del problema stesso).

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Sempre sulla scia delle parole di Goffman siamo abituati a vedremo persone che in studio si presentano in un certo modo (truccatissime, vestite con cura e con un certo portamento) mostrarci via Skype nuovi lati completamente differenti (struccate, in pigiama, con la tazza di caffè in mano). Tutti elementi che, inseriti all'interno di una riflessione professionale, possono permetterci di raccogliere informazioni molto utili su come l'altro costruisce la relazione con noi e l'idea che ha di se stesso.

Per alcuni quella via Skype è una relazione più impersonale e fredda, per altri permette invece più familiarità e apertura  proprio per il maggiore "distacco fisico" che consente loro di vivere una maggiore sicurezza.

Per alcuni sentire una certa vicinanza fisica spaventa e risulta scomoda, mentre per altri è l'unica forma di relazione che permette loro (e quindi credono anche per l'altro) di poter comprendere ciò che sta vivendo l'altro.

 

Per alcuni il fatto che la comunicazione si possa interrompere, che possano intervenire problemi tecnici e che ci possano essere interferenze nel corso dell'incontro crea nervosismo e preoccupazione, altri invece la vedono come una confortante possibilità di fuga rispetto al setting tradizionale.

Per  qualcuno sempre la stessa stanza, già preparata per loro da qualcun altro, saperne anticipare anche i minimi dettagli è rassicurante, confortante; per altri poter co-partecipare alla creazione dello spazio condiviso per la terapia rappresenta uno stimolo di creatività.

 

Alcuni scelgono di sfruttare l'occasione per mostrare parti della loro quotidianità ed intimità (come ad esempio mostrare la casa, o la propria camera da letto, alcuni oggetti lì presenti o addirittura volerti presentare il cane o familiari in altre stanze) altri invece scelgono la parete più "neutrale" possibile e prestano attenzione affinché nulla del loro mondo personale entri in campo attraverso la telecamera o il microfono. 

Per alcuni essere a casa propria durante l'incontro di terapia fa sentire un senso di protezione, di forza, e permette quindi una maggiore disponibilità di affrontare alcuni discorsi o di fare tentativi elaborativi e di sperimentazione più scomodi; per altri invece è proprio lo spazio della loro quotidianità a rappresentare il palcoscenico delle loro maggiori difficoltà e quindi è lì che si sentono più vulnerabili e in difficoltà. 

 

Per concludere, ormai Skype è entrato nelle nostre vite quotidiane, sia private che professionali. Non credo si possa tornare indietro o non voler ammettere la sua presenza ma penso, invece, ci spetti la scelta sulla posizione da assumere nei suoi confronti, il ruolo che in questo campo, ormai dilatato, vogliamo assumere.

Non si può affermare che la terapia su Skype sia "migliore” o "peggiore” rispetto a quella tradizionale, ma si può invece dire che apra alcune diverse possibilità e ne chiuda altre, di volta in volta differenti caso per caso. E' solo sapendole osservare, leggerle e potersene quindi fare qualcosa all'interno del lavoro con l'altro che ne fa uno strumento più utile o meno, esattamente come per ogni altro strumento professionale.

Ancora 24

Interview Radio Italia Uno

#staytuned

Radio Italia Uno_Adelaide

23 Marzo 2021

7:30 AM - 87.6fm

Ancora 23

Interview with Atlas Migration Experts

Diventare Psicologa in Australia

Ancora 22

Allora! (March Edition) 

 

Psicologia e Psicoterapia: a tu per tu con i lettori

Qualche tempo fa mia madre mi ha inviato dall’Italia un libro che tutt’oggi mi sta accompagnando nell’ attività clinica per un breve capitolo al suo interno che racchiude, in una forma del tutto inusuale, alcuni dei capi saldi delle tematiche che spesso di incontrano in terapia. 

Il testo in questione è “E venne chiamata due cuori” (“Mutant message down under” l’originale in inglese) di Marlo Morgan. 

In questo romanzo la scrittrice Americana si trova, per motivi e con dinamiche che lascio al lettore interessato scoprire, ad affrontare una lunga camminata nel deserto Australiano in compagnia di alcuni aborigeni. Questi ultimi, nel corso del tormentato viaggio, la introducono a molte sfaccettature della loro cultura. Tra tutte queste,  il capitolo che ha colpito in modo particolare la mia attenzione è quello legato ai Totem. Ciascun animale, per il popolo aborigeno, rappresenta una lezione della natura al popolo umano. Ciascun individuo è invitato a prestare attenzione ai loro insegnamenti e a scegliere per Sè il totem dell’animale da cui più necessita trarre virtù. 

Riporto qui oggi i tre totem che in più frequentemente utilizzo e cito in terapia perchè, davvero tanto spesso, offrono uno spunto di riflessione e/o di fissaggio di quanto discusso nel corso del colloquio. 

Il serpente: “Un individuo ha fatto della sua vita un uso ben cattivo se ciò che crede all’età di sette anni è ancora ciò che sente a trentasette. E’ necessario liberarsi delle vecchie idee, delle vecchie abitudini e delle vecchie opinioni, a volte anche dei vecchi compagni. Spesso è molto difficile per un uomo lasciare andare qualcosa che gli appartiene, ma il serpente non è da considerarsi migliore o peggiore solo perchè si libera della vecchia pelle. Compie semplicemente un’azione necessaria. Solo liberandosi delle cose vecchie si fa spazio alle nuove. “

Quando qualcuno mi contatta per iniziare una terapia è quasi sempre perchè il bagaglio di vecchi insegnamenti, i vecchi criteri, le vecchie idee e i vecchi capi saldi hanno fatto cilecca. 

Qualcosa non sta piu funzionando e i principi a cui si sono riferiti fino a quel momento per orientarsi nel mondo non sembrano più nè utili nè affidabili. 

Spesso le persone che arrivano da me questo lo sanno già. Sanno già che sono chiamati a cambiare qualcosa del loro vecchio modo di agire, pensare, funzionare. Quello che spesso non sembrano sapere è quanto sia difficile e quanta fatica possa costare farlo. Come ripeto spesso è l’adattabilità la nostra vera arma per la sopravvivenza (che poi in realtà, lo diceva già Darwin ben prima di me!). E’ la  nostra flessibilità, la nostra possibilità e capacità di modificarci di fronte ad un cambiamento che determina la nostra solidità. In molti e per troppi anni hanno affiancato al concetto di forza quello di “rigidità” e “irremovibilità” dalle proprie posizioni. Le persone che incontro io nel mio studio sono, chi più chi meno, chi per un aspetto e chi per altri,  figli proprio di questa cultura ostacolante al cambiamento. 

E’ questa la lezione importante che ci insegna il serpente. Non c’è nulla di sbagliato o di male nell’ abbandonare idee o principi che ci hanno accompagnato per un pezzo di strada se ormai non solo non ci servono più ma ci impediscono il movimento e possono essere sostituiti da nuove idee e nuovi principi più funzionali al nuovo terreno in cui stiamo ora transitando. 

Il falco bruno: “Il falco bruno rammentava al popolo che a volte crediamo soltanto in ciò che vediamo davanti a noi, ma se solo ci librassimo più in alto, scopriremmo che il quadro generale è molto più ampio. Mi dissero che i morti nel deserto perché non vedendo l’acqua si arrabbiano e cadono in preda allo sconforto, in realtà muoiono per cause emotive.”

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Molto spesso la richiesta principale di chi arriva al mio studio è quella di eliminare un sintomo nel tempo più rapido possibile. Inizialmente, al contrario, la mia attenzione non è quella di sbarazzarcene velocemente, quanto invece di comprenderne il suo motivo di essere. Solo una volta che si è compresa la sua funzione, la sua utilità (anche nei casi in cui sembra del tutto impossibile trovarla), a volte anche la sua storia, allora tutto assume improvvisamente un nuovo senso. Solo guardando le cose dall’alto e nell’ insieme, come il falco bruno, le persone possono finalmente restituire un senso al cose che apparentemente sembrano fare o accadere loro senza alcun motivo. Una volta resa possibile la comprensione, diventa allora possibile anche una seconda fase terapeutica, quello della legittimazione (ma a questo mi ricollegherò con il prossimo totem).  

Un altro scenario che spesso incontro e in cui il falco bruno corre in mio sostegno è quello delle coppie in difficoltà. Ciò che accade nella maggiorpate dei casi è che entrambe le parti si limitano ad una osservazione da un livello superficiale e, di conseguenza, ogni gesto, ogni parola, ogni mossa dell’altro viene letta ed interpretata sul piano fenomenico anzichè esser inserito in una dinamica comunicazionale più ampia all’interno della quale lo stesso messaggio assume completamente un nuovo significato. Solo assumendo uno sguardo più globale è possibile spesso cogliere la vera essenza di ciò che stiamo osservando.

Il canguro: “La  lezione più importante insegnata dal canguro è che non può camminare a ritroso. Al canguri questo non è possibile; deve sempre andare avanti, a costo di muoversi in cerchio. Mi piacque l’idea di guardarmi indietro e pensare che, anche quando avevo apparentemente commesso degli errori o fatto scelte perdenti, ad un certo punto del mio essere avevo fatto invece tutto ciò che potevo in quella circostanza, e che nessuna di quelle azioni rappresentava una regressione.” 

Un altro tema ricorrente tra le problematiche che mi vengono riportate è quello del rimpianto per qualcosa di non fatto in passato o del rimorso per qualcosa che non si sarebbe dovuto fare. Non riuscire a fare pace con scelte del passato rappresenta un impedimento nel riuscire a vivere con serenità il proprio presente e futuro, tenendoci incatenati in qualche modo ad un passato che ormai non è più modificabile. E’ diffusa la tendenza a voler giudicare la correttezza o fallacia delle proprie scelte passate sulla base dei risultati a cui hanno portato, anziché sui motivi per cui si sono ritenute corrette nel momento in cui sono state effettuate. Ciascuno di noi, se ripercorresse mentalmente la propria intera vita troverebbe quella che ad oggi apparrebbe ai suoi occhi come una “sciocchezza” e che con la mentalità attuale non rifarebbe più in alcun modo. Certo, ma la mentalità con cui la stiamo valutando oggi mentre ci ripensiamo non è di certo la stessi di quando quella “sciocchezza” l’abbiamo commessa e, anzi, ritenevamo più che sensata. Come diceva Isaac Asimov “E’ facile essere saggi col senno di poi”.  Se non esistesse il rischio di sbagliare nel portare avanti quella che al momento sembra essere un’ottima idea non avremmo nessuno che perde d’azzardo ne che investe patrimoni in borsa sui titoli perdenti. In realtà non avremmo semplicemente nessuno che compie alcuna azione, perchè perfino uscire la mattina di casa per andare a lavorare o preparare un pasto caldo in cucina implica il possibile rischio di rivelarsi una scelta compromettente. 

Anche questo cambio di prospettiva richiede a volte tempo e fatica per essere fatto nel corso della terapia ma, la legittimazione e il “perdono” per scelte che semplicemente non si sono dimostrate vincenti, è un passo liberatorio che permette di liberarsi di sensi di colpa che spesso accompagnano ogni singolo giorno impedendoci di goderne a fondo, a volte ci consumano lentamente creandoci altri problemi secondari e a volte non sono proprio sopportabili e rendono preferibile la morte. 

Ancora 21
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Ancora troppo spesso mi vengono poste domande che lasciano trapelare curiosità mista a scetticismo e non conoscenza di cosa consista il lavoro psicologico. 

Per questo motivo, ho deciso di dedicare questo primo numero del 2021 al rispondere agli interrogativi più comuni che riguardano la mia professione sperando che, ancora una volta, l'informazione permetta di colmare il timore e possa permettere a qualcuno di avvicinarsi e poter chiedere aiuto se necessario. 

 

 

Quando abbiamo bisogno di rivolgerci ad uno psicologo? 

Nonostante siamo allenati ad affrontare costantemente difficoltà e momenti critici nel corso della nostra vita, si possono creare delle particolari circostanze nelle quali questo ci può risultare impossibile. Ci sentiamo bloccati come di fronte ad un bivio in cui nessuna delle strade che vediamo davanti a noi sembra essere percorribile. Non sentiamo di avere più alcuno spazio di movimento e non vediamo all’orizzonte alcuna alternativa che possa risolvere il nostro dilemma. 

E’ in situazioni come questa che può essere utile rivolgersi ad uno psicoterapeuta che, una volta compresa la natura dell’ostacolo che vediamo lungo il nostro cammino, possa aiutarci a costruire percorsi alternativi o nuovi strumenti per superarlo. 

 

A cosa serve un supporto psicologico? 

La psicoterapia rappresenta un lavoro cucito ad hoc in base alla situazione specifica, per risolvere una difficoltà o ciò che per la persona rappresenta “il problema”.

E’ un percorso che aiuta la persona a guardare più da vicino il significato delle proprie credenze, valori e comportamenti, esplorandone  le origini, le fondamenta,  l’utilità  e, in questo modo, restituendogli un senso. 

 

In cosa consiste un percorso psicologico? 

Durante un percorso psicologico generalmente si lavora sulle emozioni che rappresentano un’immediata fonte di stress e ansia per la persona (come la rabbia o il dolore), cercando di comprenderne il significato e di creare, sulla base di questo, lo spazio per un’alternativa più utile  e funzionale per la persona nella gestione della sua vita quotidiana.

In altre parole, nel breve termine il lavoro è più focalizzato sulla risoluzione di una problematica circoscritta che rappresenta un ostacolo per la persona nella sua vita attuale, mentre nel lungo termine è volto ad una comprensione più ampia e profonda di come quel preciso problema si inserisce all’interno della sua storia, ai propri significati e al proprio modo di costruire il mondo. 

Allora! (January Edition) 

 

Psicologia e Psicoterapia: a tu per tu con i lettori

Come avviene tutto questo?

La relazione terapeutica rappresenta il canale principale di questo processo e vede come protagonisti sia il terapeuta che la persona che porta un disagio: il primo è l’esperto del cambiamento, la seconda dei propri significati e dei propri vissuti. Lo  spazio della consulenza, quindi, si configura come un luogo di ascolto e di  sperimentazione condivisa nel quale trovare insieme delle soluzioni creative che le permettano di percorrere la strada del cambiamento.  

 

Diversi approcci, teorie e setting terapeuetici

Spesso incontro nel mio studio persone che hanno già intrapreso altri percorsi in passato e spesso vengono definiti come “inutili perdite di tempo e denaro”. 

E’ importante sapere che per quanto riguarda il campo psicologico, ancora più che qualsiasi altra disciplina, esistono moltissime diverse teorie che fanno da sfondo ad altrettante diverse interpretazioni del “problema” e, di conseguenza, di idee sul migliore modo di intervento. Questi diversi approcci sono spesso molto diversi tra loro, possono dimostrarsi più o meno utili per alcuni specifici problematiche ma soprattutto per ciascuna persona che si rivolga ad un percorso psicologico. 

 

Il mio approccio

La mia formazione e la prospettiva che utilizzo nella mia pratica professionale si basano sull’approccio Costruttivista.

Tale approccio parte dall’idea che ognuno di noi abbia un modo unico e personale di dare un senso e significato alle proprie esperienze, generando attivamente la “realtà” in cui vive, anziché limitarsi ad osservarla o subirla passivamente.

Secondo questa prospettiva teorica, il disagio psicologico emerge quando la persona rimane incastrata di fronte a delle alternative che, all’interno attraverso il suo sguardo, sono tutte ugualmente impercorribili. La sensazione è quella di non avere più spazio di movimento perché ogni scelta è impraticabile e gli strumenti a disposizione non funzionali.

La psicoterapia costruttivista è concepita come un percorso attraverso cui dare alle proprie esperienze un nuovo significato, permettendo così di  aprire a nuove possibilità di movimento rispetto al punto in cui la persona è rimasta incastrata. L’obiettivo è quello di costruire strade più utili e funzionali per affrontare la situazione percepita come “problematica” ma che risultino percorribili per la persona stessa, dal suo personale punto di vista e attraverso le lenti attraverso cui lui stesso da senso al mondo.

Il ruolo del terapeuta costruttivista è dunque quello di accompagnare la persona lungo questo percorso di ri-attribuzione di significati e costruzione di nuove alternative, facendo lo sforzo costante di guardare il mondo attraverso i suoi occhi e utilizzando le dimensioni di senso dell’altro sospendendo le proprie.

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Allora! (December Edition) 

 

Psicologia e Psicoterapia: a tu per tu con i lettori

Da un paio di mesi ho attivato e porto avanti un progetto di DBT (Dialectical Behavioral Therapy) in una scuola superiore femminile di Sydney e in una clinica per adolescenti con varie difficoltà legate ad abuso di sostanze e a conflitti interpersonali.

Lo scopo principale di questo progetto, e della BDT in generale, è quello di fornire delle “skills” per la comprensione delle proprie emozioni al fine di poter fare scelte più utili in risposta ad esse ed evitare, di conseguenza, molte situazioni di conflitto che in genere emergono proprio a seguito di queste reazioni impulsive. 

I tre principali punti di interesse della BDT sono:

 

1)  Avere maggiore consapevolezza delle emozioni che proviamo. 

Sapere decifrare ciò che stiamo provando e distinguere “banalmente” se si tratta di rabbia, fastidio, inadeguatezza, piacere, stanchezza, felicità (etc.) ci permette anche di chiederci cosa ci sta facendo provare quella determinata emozione.

Perchè mi sto sentendo arrabbiata? Cosa mi sta facendo arrabbiare? Perchè queste cose mi fanno arrabbiare? 

Poterci porre queste domande è un primo passo fondamentale per poter raccogliere informazioni che ci riguardano e avere una maggiore conoscenza di come funzioniamo, che tipo di persona siamo e rispondere a domande come “Cosa mi rende felice?”, “Cosa mi fa arrabbiare?” “Quando mi sento stanco?” Etc.. 

Tutte informazioni su di noi, queste, che creano un terreno importante quali sono i nostri bisogni, come soddisfarli e che scelte fare di conseguenza,  nel breve e nel lungo termine, in quella direzione. 

Può sembrare molto semplice a molti lettori, ma tante persone che incontro nel contesto clinico arrivano al primo colloquio con domande proprio di questo tipo:  “Mi sento estremamente infelice e non so perchè” “Non so cosa voglio fare nella mia vita” “Mi sento perso e non so nemmeno da dove iniziare se mi chiedi di spiegarti chi sono”. 

2)Fare una scelta più utile su come reagire. 

Generalmente quello che accade quando siamo sopraffatti da emozioni forti che non decifriamo e non capiamo reagiamo impulsivamente (ossia senza pensare) per farle finire il più velocemente possibile. Come si dice tipicamente “perdiamo il controllo” e mettiamo in atto comportamenti “reattivi” che hanno l’unico scopo quello di alleviare o di rispondere al bisogno che emerge in modo prepotente, senza troppo pensare alle conseguenze nel lungo termine delle nostre azioni.

Esempi di questo tipo sono ricorrere alle sostanze, all’alchol, aggressioni, autolesionismo (tipico nell’età adolescenziale), mangiare compulsivo (etc.). 

Il secondo scopo di questo progetto è propio quello di riprendere il controllo della propria mente e delle proprie azioni, anzichè esserne controllati. Poter assumere un ruolo attivo e da protagonista rispetto alle nostre emozioni ed azioni, anzichè esserne vittime inconsapevoli. 

3)Migliorare le relazioni interpersonali 

Spesso le reazioni impulsive vanno a creare vari conflitti nel nostro ambiente e nelle relazioni con chi ci circonda. Inoltre, non avere gli strumenti di lettura delle proprie emozioni significa quasi sempre non averli nemmeno nella lettura di quelle degli altri. Questa mancanza di comprensione di ciò che prova l’altro, del perchè agisce in quel modo, del perchè risponde così alle nostre domande etc ci fa perdere informazioni importantissime per l’efficacia della relazione. Ci impedisce di capire cosa sta accadendo tra di noi, quale dinamica è in corso, e quindi ci priva di elementi fondamentali per agire nel modo già utile allo scopo personale ed interpersonale. In genere queste difficoltà si traducono poi nel quotidiano nel “Non so dire di no perchè ho paura che poi gli altri non mi vogliano più”, “Non capisco perchè è finita la nostra relazione”, “Non so come fare a fargli capire che…” (Etc). 

Nella mia esperienza clinica, tantissimo tempo delle sessioni cliniche è devoto proprio all’interpretazione guidata di quel che alla persona accade in relazione con gli altri e che da sola non capisce. 

L’ultimo anello della catena, su cui a cascata la DBT va ad intervenire, è quindi proprio quello di migliorare la nostra vita relazionale permettendo l’applicazione degli stessi strumenti di lettura da noi, all’altro e alla relazione. 

Se manca la lettura di quello che sentiamo il godimento di tanti momenti quotidiani della nostra vita ci viene a mancare. Se non possiamo accedere alla sensazione di piacere, noia, gioia, rilassatezza, fastidio che una situazione o una persona ci sta facendo vivere significa che la stiamo vivendo solo parzialmente. Siamo presenti con il corpo ma non stiamo assaporando l’esperienza in tutti i suoi aspetti (aspetto questo riportato molto spesso da chi mi contatta). 

Inoltre, tante delle situazioni problematiche che incontro, aldilà della forma e sintomatiologia specifica, hanno in comune proprio l’essersi sviluppate a fronte di un terreno fertile fatto di non consapevolezza di Sè, di ciò che si viveva, del perchè, e dell’aver quindi non potuto fare una scelta ponderata e misurata sul lungo termine. 

Ritengo quindi che sia importante sviluppare queste riflessioni e lavorare con emozioni, comportamenti e relazioni proprio perchè reputo possa avere risvolti positivi a largo spettro. 

E’ un lavoro questo, che andrebbe intrapreso fin dall’età giovanile proprio perchè è in quella fase che spesso tutto ha inizio e, quelli che ritroviamo in età adulta, sono solo i risultati e frutti di quel terreno fertile.

Ripeto spesso ai ragazzi di questi gruppi che questa “wise mind” è come un qualsiasi altro muscolo che alleniamo in palestra. All’inizio si fa molta fatica perchè non è abituato a fare alcuno sforzo ma, con la piccola pratica nel quotidiano, si rafforza e diventa via via più capace di fare sforzi sempre più pesanti. 

Ancora 19

Interview Radio Italia Uno

#staytuned

Radio Italia Uno_Adelaide

3 November 2020 

8:30 AM - 87.6fm

Ancora 18
Ancora 17

Allora! (November edition) 

 

"The social dilemma"

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“The social dilemma”, documentario su Netflix che mette in luce e analizza la tematica della dipendenza ai Social Networks sotto varie sfaccettature. 

 

Il fenomeno dell’esistenza invasiva, che si trasforma spesso in vera e propria dipendenza, dei Social Networks è ormai evidente e indiscutibile. 

Allo stesso tempo, però, io credo dovrebbe rappresentare uno specchio per capire quanto noi abbiamo bisogno di loro, più che quanto loro si siano imposti nelle nostre vite. Come per ogni “dipendenza” infatti il problema non sta solo nell’oggetto di soddisfazione ma nel bisogno alla base che lo ricerca. 

Analizzando i bisogni sottesi alla “dipendenza dai social” possiamo facilmente riconoscere la necessità di un riscontro dagli altri, un feedback dagli altri su di noi e sulla qualità della nostra vita, un bisogno di rincorrere e adattarci ad un’ideale di “perfezione”, un sentirci parte di un gruppo e condividere con qualcuno le nostre esperienze quotidiane. Tutti bisogni da sempre esistiti e nucleari nell’essere umano, ma che mai avevano trovato  contemporaneamente una soddisfazione pari a quella permessa oggi dalle applicazioni Social. Un’insieme di ingredienti ottimi, quindi, perchè si creasse la ricetta perfetta per una forte dipendenza. 

 

Nello sviluppo passivo da un confronto nella spera familiare, ad una più allargata con i coetanei a scuola, ad uno ancora più esteso al contesto sociale della realtà in cui siamo inseriti nel suo complesso. Non c’è mai stata in precedenza però un’esposizione ad uno sguardo “collettivo” così esteso e generalizzato e non siamo stati abituati evolutivamente a sottoporci ad un giudizio di massa. Questo allargamento del campo di esposizione aumenta notevolmente la possibilità di andare incontro a conferme positive ma anche il rischio di quelle negative. Possibilità, quest’ultima, molto pericolosa se l’obiettivo e bisogno è quello di “dover sempre piacere a tutti” come purtroppo spesso accade. Il vero rischio è quando i nostri criteri sono estremi, non lasciano spazio all’imperfezione, al singolo commento negativo del il punto di vista che non condivide il nostro. 

 

La vera salvezza per non spezzarsi, come accade anche nella fisica , è la flessibilità. Avere una struttura rigida solo apparentemente è sintomo di resistenza. La vera forza è invece data da una struttura flessibile, che permette l’ adattamento e uno spazio di movimento senza spezzarsi. 

Poter ammettere l’errore, l’imperfezione, delle sfumature che fanno parte dell’individualità ed umanità di ciascuno permette di non andare in cerca di costanti conferme e non poter lasciare spazio alla critica o disaccordo. Non dipendere da una precisa posizione è ciò che ci rende liberi. 

Se la nostra immagine di noi stessi è di tipo “estremo” saremo attivamente impegnati a non trovare sconferma; uno sforzo costate destinato inevitabilmente prima o poi al fallimento lasciando spazio solo alla frustrazione, a volte a livelli inaccettabili e insopportabili al punto da preferire la morte. 

 

Non condivido che la soluzione sia l’eliminazione del “soddisfatore” del bisogno. La soluzione non può essere eliminare ciò che soddisfa un bisogno, ma di interrompere la ricerca della soddisfazione stessa, altrimenti sarà semplicemente sostituito con un altro. 

Ad oggi questa realtà esiste e la soluzione non sta nel fare finta che non esista o provare ad eliminarlo ma, come ci suggeriva il buon Darwin, di fare dell’adattamento la nostra arma di salvezza. Bisogna quindi trovare un modo per integrare questo fenomeno e questa realtà ormai presente nella quotidianità di tutti i giorni senza che si trasformi in un pericolo o crei grossi problemi.

Nel caso della “ricerca del giudizio degli altri” parliamo di un bisogno innato, umano, e che in quanto tale non va demonizzato ma vanno cambiati i presupposti su cui spesso si basa ad oggi: assoluto ed unicamente positivo. 

 

Un’altra tematica rilevante affranta nel documentario è quella dell’”estremizzazione”  e “polarizzazione” delle nostre posizioni. Grazie agli strumenti tecnologici in grado di registrare le nostre attività e preferenze, ci vengano presentate più facilmente fonti in linea con la nostra opinione e le nostre precedenti ricerche, anzichè quelle discordanti, creando il cosiddetto “Confirmatory bias”. Troveremo costantemente conferme delle nostre teorie, semplicemente per il fatto che saremo esposti a notizie ed evidenze in linea con esse, portandoci a credere nella loro fondatezza anzichè mantenere una posizione critica e di messa in discussione.

A questo proposito il mio consiglio è quello di esporsi attivamente a punti di vista e fondi diverse in modo da confondere il mezzo tecnologico rispetto alla nostra personale posizione. 

Pur non essendo pensabile svincolarsi completamente da questa manipolazione ed influenza dei media, esserne consapevoli ci permette di giocare un ruolo attivo su ciò che ci riguarda anzichè essere semplicemente vittime del sistema. 

Interview Radio Rete Italia

#staytuned

Sydney chiama Italia

 

Radio Rete Italia

6/10/20 

1539 AM

Insieme ad Elisabetta, di Radio Rete Italia abbiamo commentato“The social dilemma”, documentario disponibile su Netflix che mette in luce e analizza la tematica della dipendenza ai Social Networks sotto varie sfaccettature. 

Sydney Chiama Italia 2020 10 06
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Allora! (October edition) 

 

Psicologia e Psicoterapia: a tu per tu con i lettori

Recentemente mi è stato chiesto di commentare un caso di attualità che mette in luce uno degli storici, ma evidentemente ancora attuali, tabù riguardanti il campo della psicologia, ossia che “il supporto psicologico sia solo per i pazzi”. Credo che sia di interesse e utilità riprendere anche in questa sede quanto emerso nel corso di quell’intervista poiché apre ad alcune riflessioni che riguardano da vicino sia chi si avvicina a questo mondo direttamente sia chi, forse ancor di più, se ne tiene volutamente lontano.

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IL CASO: 

Una ragazza italiana viene scartata nella procedura di valutazione d’idoneità come “ragazza alla pari” in America perchè risponde affermativamente alla domanda “Sei o sei mai stata da uno psicologo?”. 

 

Che siano criteri a carattere culturale e non scientifico quelli che fanno da sfondo a questa procedura è piuttosto evidente. Basti pensare che ogni paese e anche ogni sotto-stato applica e segue un regolamento differente riguardo al tema della valutazione e dello screening psicologico. In Australia per esempio, in contrasto con quanto avviene in America, dimostrare di aver seguito un percorso psicologico a fronte di un precedente penale è reputato una attenuante alla possibilità di essere nuovamente considerato idoneo nella stessa procedura.

L’idea di fondo che emerge da questo caso è che la terapia sia ancora ad oggi considerata per “pazzi” o per “deboli” ed è una visione che emerge in modo lampante anche nelle narrazioni dei miei clienti i quali spesso preferiscono tenerlo segreto non solo in campo lavorativo ma anche con amici e familiari. 

 

Io personalmente (e professionalmente) ritengo questo criterio molto poco utile ed efficace per valutare l’idoneità ad essere una buona figura di accudimento. 

Ci tengo a premettere che naturalmente condivido l’idea di valutare lo stato di salute mentale di chi deve svolgere questo tipo di ruolo, ma ritengo che la domanda per come posta sia semplicemente fuorviante rispetto a ciò che si intende esaminare. Non permette cioè di filtrare la nostra informazione di interesse, ossia che quella persona sia ad oggi idonea a quella funzione. A tale scopo, infatti, non si può non considerare aspetto come: quanto tempo prima è stato affrontato il percorso psicologico; per quale problematica; se si è portato a termine o meno; come si è concluso etc. 

Infatti, se  concepiamo la terapia come promotrice di cambiamento quale dovrebbe essere, risulta chiaro che la persona debba essere valutata a posteriori di tale percorso e non a priori. Valutare il solo fatto che abbia sentito il bisogno di un supporto, implica invece assumere una visione che non ammetta la possibilità di cambiare. 

Inoltre, implica anche un altro presupposto fallace, cioè che chi non si rivolge ad uno psicologo non lo fa è perché non ne avrebbe bisogno. Quando avviene invece è che spesso invece le persone, pur sentendone la necessità, preferiscono non rivolgersi ad un professionista, figli proprio di questa visione culturale che li sancirebbe come “pazzi” agli occhi degli altri e spesso anche dei propri. 

 

Esplorando le ragioni di questo ancora vivo tabù sull’andare dallo psicologo mi sono resa conto che il motivo fondamentale è che siamo di fronte ad un “doppio legame” Batsoniano, ossia a due messaggi (uno esplicito ed uno implicito) discordanti tra loro e che mettono la persona di fronte all’impossibilitò di rispondere alla richiesta esplicita. 

Porto, per chiarire questo aspetto, l’esempio australiano. 

In Australia il governo assume una posizione marcatamente a favore della presa in carico della salute mentale dei suoi cittadini: è possibile rivolgersi ad un professionista in ogni scuola e  in ogni luogo di lavoro; ci sono fondi investiti sia per la ricerca, prevenzione e per la cura; le assicurazioni mediche coprono le spese mediche psicologhe alla stregua di quelle fisiche e si leggono spesso messaggi di incentivo del tipo “cerca aiuto”, “non aver paura di chiedere aiuto” o “siamo qui per aiutarti”. 

Allo stesso tempo, però, vigono ancora sottosistemi che marginalizzano e stigmatizzano le persone che si rivolgono ad un servizio psicologico come nel campo militare, legale ma anche nello stesso mondo scolastico. 

 

Per combattere questo stigma è concretamente avere un risultato diverso nel campo della sanità mentale non è sufficiente incentivare e sottolineare l’importanza di prendersene cura ad un livello esplicito ma attivamente validare questa posizione nella quotidianità. Il lavoro andrebbe fatto in direzione di sviluppare una cultura ed educazione di fondo che permetta di comprendere l’importanza nel prendersi cura della nostra salute mentale alla stregua di rivolgersi ad un dentista per la propria igiene orale o ad un dietologo per mantenere una sana alimentazione se abbiamo difficoltà a farlo autonomamente. 

Ancora 15

Interview Radio Rete Italia

#staytuned

Sydney chiama Italia

 

Radio Rete Italia

9/9/20 

1539 AM

Ragazza scartata come "ragazza alla pari" in America perchè risponde "SI" alla domanda "Sei mai stata da uno psicologo in vita tua?".

Nell'intervista con #radioreteitalia abbiamo affrontato il tema del 𝗧𝗮𝗯𝘂̀ 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 che ancora oggi vede la 𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗶𝗮 "𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿 i 𝗽𝗮𝘇𝘇𝗶"; mettendo a confronto la realtà americana con quella Italiana ed Australiana.

Sydney Chiama Italia 2020 09 09Radio Rete Italia
00:00 / 53:28
Ancora 14

La Rubrica "Andare o restare: questo è il dilemma"

(ALLORA!  Edizione Settembre)

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Uno dei temi che più sto incontrando ultimamente parlando coi miei clienti (che sono quasi tutti Italiani trasferitisi in Australia) è il dilemma tra il restare in Australia o tornare in patria. 

La situazione legata alla chiusura delle frontiere fa sì che, per la prima volta, le persone si trovino di fronte ad una scelta ti tipo “out-out” tra: una vita che si stavano costruendo a fronte di molti sacrifici e l’idea di dover stare a lungo distanti da amici, parenti e cari.

In alcune circostanze la scelta è più obbligata perchè magari non si posseggono soldi a sufficienza per permanere all’estero senza un introito, o invece perchè il visto è in scadenza o ancora perchè circostanze particolari obbligano ad un rientro immediato. In questi casi sono fattori esterni a decidere per noi ma, in molti altri, questo non avviene ed entrambe le possibilità rimangono aperte e percorribili. E’ proprio in queste situazioni che la responsabilità della scelta torna nelle mani della persona ed è, proprio per questo motivo, che si creano più difficoltà. So che può sembrare assurdo perché tendiamo a pensare che è la non possibilità di scelta a creare problemi, invece a livello psicologico avviene spesso il contrario. 

Le storie e le situazioni di cui vengo a conoscenza sono le più disparate però, il filo conduttore che riscontro è che ci si trova di fronte ad una scelta che ha tre principali caratteristiche: 

1)Forti implicazioni.

Ciò che siamo chiamati a “escludere” “perdere” “non scegliere” ha una salienza e significatività molto più alta rispetto a quella delle scelte di tutti i giorni. Nello specifico i temi implicati sono spesso legati a sogni, aspettative per il futuro, amore per i propri cari, malinconia di casa etc. 

2)Alto investimento.

Spesso fatiche già impiegate, i soldi già investiti, i sacrifici già fatti, rendono più difficile poter accettare l’idea di disinvestire tutto e aver in qualche modo perso quel tempo, quei soldi e quelle energie. 

3)Non c’è la possibilità di tornare indietro.

E’ una scelta questa che (almeno per come appare nello scenario attuale) non prevede la possibilità di sbagliare, di cambiare idea e rimediare facilmente. Questo aspetto in particolare fa esponenzialmente salire la percezione di rischio e la preoccupazione di dover fare a tutti i costi la scelta “giusta”. 

Ad oggi decidere di tornare a casa significa soddisfare e appagare la malinconia, quel senso di lontananza dai propri affetti ma con la consapevolezza che potremmo renderci conto di aver perso un’importante occasione professionale e non poter rimediare per un tempo indefinito. Allo stesso tempo, decidere di “tenere duro” e “portare pazienza” significa privarsi di tempo ed occasioni per stare vicini ad amici e parenti con la consapevolezza di poter averne il rimorso se qualcosa nel frattempo dovesse loro accadere. 

 

Direi che “pentimento” e “paura di prendersi la responsabilità di una scelta” (quindi restando bloccati nella scelta di non scegliere) sono i temi prevalenti che fanno da sfondo nelle storie di chi incontro in questo periodo. 

Il mio lavoro consiste nell’aiutare le persone ad esplorare le proprie personali implicazioni sottese, di accompagnarle nella comprensione dei rischi e delle varie possibilità che possono percorrere in modo che possano arrivare in modo più consapevole ad assumersi quella responsabilità.  

Ancora 13

La Rubrica "Psicologia e Psicoterapia: a tu per tu con i lettori"

(ALLORA!  Edizione Agosto)

Lo studio:

Milgram, uno psicologo statunitense, condusse negli anni ’60 uno studio al fine di esplorare l’effetto dell’obbedienza rispetto a quello della responsabilità personale. Nel suo esperimento chiedeva ai soggetti di generare delle scariche elettriche su una seconda persona (complice dello sperimentatore) ogniqualvolta questa rispondeva erroneamente a delle domande poste dallo sperimentatore. Nonostante il soggetto fosse a conoscenza che le scariche provocassero dolore, ad intensità crescente fino ad una scarica letale, tutti i soggetti obbedirono all’ordine e ben 2/3 arrivarono fino all’ultima scarica. La cosa più interessante però è che, facendo varie variazioni al Setting originale, Milgram scoprì che l’effetto di obbedienza acritica diminuiva significativamente se il soggetto aveva accesso diretto all’effetto della propria azione sull’altro. Quando la persona che subiva (fintamente) le scariche veniva messa in prossimità del soggetto che doveva sottoporgliele, permettendogli quindi di vedere concretamente il dolore che esse stavano provocando all’altro, l’obbedienza diminuiva drasticamente e nessuno arrivava all’ultima scarica. 

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Questo studio è solo uno dei tanti che ci permette di comprendere come l’avere consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni canalizzi una scelta differente rispetto ad una mera obbedienza, perchè quest’ultima, al contrario, ci de-responsabilizza. Il rispetto delle regole, nella nostra mentalità, si basa spesso sul concetto di “obbedienza” (o “infrazione” per opposto) anzichè sulla comprensione del senso e dell’utilità delle regole stesse. Ma, come ci mostrano gli studi, se si vuole stimolare la “responsabilità sociale” l’obbedienza non ha la stessa potenza del credere in prima persona all’importanza di fare quella precisa azione. In questo senso credo che la situazione vissuta fronteggiando una pandemia mondiale, dovrebbe averci insegnato l’importanza di un’ educazione alle regole che permetta un pensiero critica, una comprensione individuale delle conseguenze delle proprie azioni ed il ruolo attivo che come singoli individui abbiamo sulla collettività. 

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Il secondo aspetto, strettamente collegato al precedente, è quello della tolleranza per chi pensa e agisce in modo diverso dal proprio. Credo personalmente che la rabbia e il nervosismo che ancora si percepisce ci raccontino molto dell’intolleranza per chi non aderisce alle stesse nostre regole, per chi non ha gli stessi criteri di ciò che è “giusto” o “sbagliato” e questo aspetto, unito ad una mentalità legata alla disobbedienza di cui parlavo prima, possano creare una combinazione pericolosa.

Il caso: 

Nella cronaca italiana si è raccontato spesso di episodi di bullismo nei confronti di bambini perchè a scuola indossavano la mascherina. Questo, agli occhi di alcuni compagni di classe, era da “sfigati” e, di conseguenza, meritevole di punizione. 

Credo che questo fenomeno ben rappresenti il risultato della combinazione a cui accennavo. La mascherina è vista come un “obbligo” evidentemente senza senso, una regola imposta dall’esterno che si può quindi scegliere di rispettare o disobbedire in base alla propria necessità di stare nel “giusto” o “sbagliato”, legata a sua volta da criteri altrettanto personali di ciò che renda “fighi” o “sfigati”. Non c’è una scelta nell’utilizzo basata sulla consapevolezza del perchè sia utile indossarla e le conseguenze che invece non farlo portino con Sè. 

Il fatto poi che un’altra persona faccia per Sè una scelta diversa dalla propria è letta attraverso gli stessi nostri criteri e l’atto di bullismo decritto non è altro che il risultato di questa miscela tra disobbedienza per una regola di cui non si comprende fino in fondo l’utilità e l’intolleranza per chi fa una scelta differente dalla propria.

 

Il mio invito, sulla scia delle riflessioni proposte oggi, è quella di lavorare a livello scolastico, educativo e sociale in direzione di una cultura che abitui ad un pensiero critico e alla consapevolezza dei “perchè” delle regole che ci viene chiesto di rispettare. Investire nell’educazione per una mentalità che permetta di comprendere le conseguenze dirette delle nostre azioni, anche quando non immediatamente percepibili, anzichè la loro mera imposizione che spesso, per contrasto e bisogno personale di “infrangere le regole”, ci porta a scelte non “socialmente responsabili”.

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9June 2020 

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Quando la più alta forma di coraggio è il riuscire a chiedere aiuto: 

Può sembrare banale ma ci sono delle occasioni in cui l'unica cosa che ci può davvero aiutare è il permetterci di chiedere aiuto.

Non è sempre facile, a volte al contrario molto faticoso e scomodo, ma talvolta una scelta necessaria. 

Quando penso a questo tema mi piace utilizzare la metafora di una persona in mezzo al mare che sta annegando. 

Senza qualcuno coi polmoni pieni di ossigeno che le corra in soccorso non avrebbe speranza di tornare vivo a riva. 

A volte c'è solo bisogno che qualcuno che gli si avvicini per indicargli la direzione in cui ricominciare a nuotare e può poi proseguire da solo;  alle volte c'è proprio bisogno di qualcuno che lo salvi dall'affogare, lo porti a riva sulle sue spalle e poi gli faccia la respirazione bocca a bocca. 

 

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Se quando pensiamo alla situazione in cui stiamo annegando ci viene facile pensare di urlare "Aiuto!" come spinti da un instinto primordiale di sopravvivenza, in altre circostanze e di fronte ad altre  difficoltà non è sempre così istintivo e facile.

A volte il poter chiedere aiuto fa parte del problema stesso perchè può implicare ammettere di avere bisogno di qualcun altro, di essere di fronte ad un proprio limite e difficoltà, di non poter risolvere in autonomia la situazione, di non essere abbastanza forte, che le soluzioni già trovate non stanno funzionando  etc.

In questo senso, permettersi di poter urlare quell' "Aiuto!", anzichè sfinirsi nel nuotare senza direzione e senza più fiato, a volte significa trovare il coraggio e la forza di vincere i propri limiti per la propria stessa salvezza.

Ancora 10
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La Rubrica

"Psicologia e Psicoterapia: a tu per tu con i lettori"

(ALLORA!  Edizione Luglio)

Se ad un livello lavorativo e di attività quotidiane si sta tornando alla “normalità” non si può dire lo stesso di quello emotivo, relazionale e sociale. E’ come se i due piani seguissero tempistiche differenti e non ci fosse ancora, in questo momento, una sovrapposizione armoniosa. In generale questa interruzione della nostra routine ha messo alla prova i nostro equilibri, ma ancora più spesso ha sbilanciato definitivamente quelli già precari.

I temi delle difficoltà che le persone incontrano ad oggi sono molto diversi da quelli di un mese fa ed è proprio per questo motivo che ho deciso di dedicare un altro spazio alle conseguenze del Covid e, nel numero di oggi, riporterò 3 situazioni che ho incontrato in queste ultime settimane nella mia pratica clinica che ritengo degli interessanti punti di riflessione sugli “strascichi” che sta continuando ad avere il Corona Virus nelle nostre vite. 

Al posto di problematiche sull’adeguamento ai nuovi ritmi, alla privazione della propria libertà, alla paura legata alla malattia, a difficoltà nella relazione di coppia e tra genitori e figli (trattati nel numero precedente) ad oggi emergono narrazioni di reinserimento nelle relazioni extra-familiari, vicinanza e distanza ma, in particolare, quella che viene da molti definita “crisi esistenziale” o “perdita di Sè stessi”; che ora descriverò più nel dettaglio attraverso alcuni esempi concreti. 

I casi di oggi: 

 

M. 34 anni: “In tutta la mia vita sono sempre stato una persona indaffarata, che si da da fare, un lavoratore senza limiti. Mi sono sempre lamentato di essere troppo stressato e credevo che avere questo periodo “di pausa” mi avrebbe aiutato. Invece ora che non mi suona più il telefono dalla mattina alla sera, che non devo più correre e non ci sono più problemi continui da risolvere mi sento completamente perso e affrontare ogni giornata è più faticoso di prima. Ma quel che è peggio è che mi guardo allo specchio la mattina e non vedo più nulla.”

 

V. (67 anni): “Ho sempre pensato di essere uno scrittore mancato. Di avere un talento innato per la scrittura messo nel cassetto per far fronte al mio ruolo di padre e marito. E’ un’idea che mi accompagna fin da quando sono piccolo e una delle prime cose che racconto di me nel presentarmi a una persona nuova. Ho sempre creduto che fosse la mancanza di tempo ad impedirmi di dedicarmi alla mia grande passione e che non appena in pensione avrei potuto finalmente scrivere. Invece durante questo periodo, in cui il tempo libero non è certo mancato, ho scoperto che non solo non ne sono portato ma che non ne avevo nemmeno voglia.”

 

Sia nel caso di M. che in quello di V. la “crisi esistenziale” non è altro che l’essersi scoperti in questa situazione diversi da come credevano di essere, come si erano sempre conosciuti o immaginati. Nel caso di M. il lockdown ha impedito l’unico modo in cui poteva concepirsi, in relazione ad un’idea di ”impegno” da cui non poteva distanziarsi per motivi della sua storia e che abbiamo esplorato nel lavoro insieme. Nel caso di V., al contrario, il lockdown lo ha messo di fronte proprio all’impossibilità di potersi pensare come avrebbe voluto e di poter aderire a quell’ideale di Sè a cui aspirava.

In entrambi i casi ora devono fare i conti con questa novità che difficilmente può essere accolta e convivere con la precedente, se prima non la si rende più permeabile ad accogliere nuove sfaccettature possibili di Sè. Il ruolo della terapia in questi casi è stato proprio quello di accompagnare questo processo di comprensione, elaborazione ed inserimento di queste nuove consapevolezze di Sè all’interno dell’immagine di Sè. 

 

G. 25 anni “In questo periodo di isolamento ho iniziato a fare una serie di attività in solitaria come lo yoga, prendermi cura del mio orto e leggere e ho scoperto la bellezza di questi momenti con me stessa. Ora che tutto sta riaprendo i miei amici non fanno che invitami ad aperitivi o uscite mondane (i nostri usuali momenti di ritrovo) e mi trovo nella difficoltà di voler dire spesso di no, ma di sentirmi rimproverare di non voler più passare il tempo con loro o di essere “invecchiata” come dicono loro. So che se non esco questo ci porterà ad allontanarci ma, d’altronde, fatico ad abbandonare questi momenti che ho riscoperto con me stessa”. 

 

Questa occasione inusuale, unica, probabilmente irripetibile per conoscere alcuni aspetti di Sè nuovi ai nostri occhi, ancora inesplorati. 

In molti casi, a differenza dei due casi precedenti, le persone hanno accolto positivamente le novità su di Sè scoperte in questo periodo e ora difficilmente sono disposte a rinunciarci. 

La difficoltà in questi casi nasce nel momento in cui è l’ambiente intorno alle persone a non accettare queste novità di una persona che rivorrebbero uguale a come l’hanno sempre conosciuta. A repentaglio in questo caso non è la propria considerazione di Sè ma la relazione con gli altri (amici, parenti etc.).  Ciò che suggerisco a G., e a chi si trova in una situazione simile, è di non buttare via quanto riscoperto e ritrovato in questo periodo ma di creare un ponte tra ciò che si era prima, ciò che si è stati durante e ciò che si sarà d’ora in poi, affinché si crei una forma di continuità anzichè la percezione di parentesi a sè stanti, frammentate o addirittura incompatibili tra loro. Un secondo passo del lavoro con G., una volta creata questa armonia ai suoi occhi tra prima, durante e dopo è stato quello di trovare il modo più utile per  permettere anche agli altri intorno di riuscire a inserire le novità della loro relazione all’interno di quella che già conoscevano, permettendo una continuità del rapporto all’interno del cambiamento.

Ancora 9

Skype therapy: 

similarities and differences compared with the traditional setting

Internet sta rivoluzionando molti nostri modi di comunicare e anche di vivere, trasformandoci, mano a mano che essa stessa si perfeziona per meglio rispondere alle più svariate esigenze.  (“La psicoterapia con internet”, Paolo Migone).

Possiamo anche non essere d’accordo con il fatto che si sia reso “indispensabile” ma non si può negare che ormai internet sia entrato nelle nostre vite modificando, e in certi casi rivoluzionando, le nostre attività quotidiane, nei più svariati settori.

Così come in ogni altro campo di applicazione, nonostante con più ritardo e molta più resistenza, internet ha preso piede anche nel mondo della psicoterapia.

E’ un fenomeno ormai presente e con cui si deve, e si dovrà sempre più, imparare a convivere.

Internet infatti consente non solo di collegarsi a basso costo con un terapeuta che può vivere in ogni parte del mondo, di dare continuità al percorso quando prevedrebbe di saltare degli incontri, di ridurre i costi e i disagi degli spostamenti per grandi distanze geografiche o di presenze di handicap che ostacolano la locomozione. (“La psicoterapia con internet, Paolo Migone)

Queste novità, che hanno pervaso la nostra vita quotidiana e il nostro lavoro, hanno inevitabilmente dato vita a varie posizioni, critiche, perplessità e scetticismi.

Moltissimi autori, professionisti del campo e non, hanno espresso la loro opinione rispetto alla possibilità di utilizzare nuovi strumenti nella pratica clinica, ai limiti e alle risorse che esso porta con sé, dando vita a quello che è un vero e proprio dibattito sul tema.

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Io personalmente utilizzo questo strumento da prima del Corona virus ed ho sempre avuto un particolare interesse per le implicazioni, litigi e possibilità che esso porta con Sè. Per questo motivo ho scritto la mia tesi di specializzazione in psicoterapia proprio sul tema della "Terapia via Skype".

Tutto era nato dalla mia necessità di utilizzarlo come unica soluzione per permettere il proseguimento di un lavoro già avviato con una paziente nel Setting tradizionale. Nel cambiare il format dei nostri incontri mi ero rapidamente accorta che anche altre cose cambiavano sia nel nostro lavoro sia nella nostra relazione. 

Riprendendo le parole di Goffman :"In ambienti e relazioni diversi le persone si comportano in modi diversi. Modificazioni anche minime dell'ambiente possono portare le persone a comportarsi in modo molti diverso dal solito."

Nell'ambito della matrice epistemologica costruttivista, viene messa in discussione la possibilità di una conoscenza "oggettiva" come sapere “fedele” di un ordine esterno indipendente dall'osservatore. 

In ciò che guardiamo e valutiamo, quindi, entra in gioco il nostro sguardo e, le nostre letture, dicono più di noi che che guardiamo di ciò che stiamo “realmente” vedendo. (Watzlawick, P. 2006)

Skype stesso, così come l’esperienza che si vive nell’utilizzarlo, è un evento costruito da ciascuna persona in base agli strumenti e mezzi che ha a disposizione nel farlo. Ciascun paziente, come ciascun terapeuta, nel momento in cui sceglie di utilizzare questo mezzo, ha delle sue specifiche e personali ipotesi di ciò che questo permetterà, impedirà, differenze che apporterà all’interno della relazione e cose che invece non cambieranno affatto. 

A partire da questi presupposti teorici e da quanto stavo effettivamente osservando nella mia esperienza pratica, ho sviluppato una ricerca e ho intervistato vari colleghi che utilizzavano entrambe le modalità (Skype e vis a vis) per esplorare gli aspetti di comunanza e differenza tra i due Setting. 

Grazie a questo lavoro sono emersi molti aspetti che hanno dato il via ad altrettanto interessanti riflessioni che hanno fatto da faro per me nel corso delle mie terapie via Skype, soprattutto nel periodo in cui il virus ha reso questo strumento l'unica strada percorribile per il lavoro con i miei pazienti.

Naturalmente, come per tutto, Skype pone alcuni limiti ed apre alcune possibilità.

La cosa interessante però è che ciò che rappresenta un limite per qualcuno è invece una possibilità maggiore per qualcun altro e viceversa e, per questo motivo, anche nell'uso stesso dello strumento l'altra persona ci sta già raccontando qualcosa di lui che, se capaci di utilizzarlo, può essere parte integrante del nostro lavoro anziché qualcosa da semplicemente eliminare. 

Per alcuni quella di Skype è un'esperienza completamente diversa da quella vis a vis, mentre per altri non cambia assolutamente nulla.

Alcune persone decidono proprio di non venire se gli si propone un incontro online, altri accettano ma con molta titubanza, mentre per altri ancora è l'unica modalità accettabile per affrontare l'incontro (non solo per una lontananza geografica, ma perchè l'esporsi all'esterno e immaginare di raggiungere lo studio sarebbe impensabile e fa parte del problema stesso).

Sulla scia delle parole di Goffman vedremo persone che in studio si presentano in un certo modo (truccatissime, vestite con cura e con un certo portamento) mostrarci nuovi lati completamente differenti (struccate, in pigiama, con la tazza di caffè in mano). Tutti elementi che, inseriti all'interno di una riflessione professionale, possono permetterci di raccogliere informazioni molto utili su come l'altro costruisce la relazione con noi e l'idea che ha di se stesso.

Per alcuni quella via Skype è una relazione più impersonale e fredda, per altri permette invece più familiarità e apertura  proprio per il maggiore "distacco fisico" che consente loro di vivere una maggiore sicurezza.

Per alcuni sentire una certa vicinanza fisica spaventa e risulta scomodo, mentre per altri è l'unica forma di relazione che permette loro (e quindi credono anche per l'altro) di provare "empatia" ossia di poter comprendere ciò che sta vivendo l'altro. Per alcuni il fatto che la comunicazione si possa interrompere, che possano intervenire problemi tecnici e che ci possano essere interferenze nel corso dell'incontro crea nervosismo e preoccupazione, altri invece la vedono come una confortante possibilità di fuga.

Per alcuni trovare sempre la stessa stanza, già preparata per loro da qualcun altro, saperne anticipare anche i minimi dettagli è rassicurante, confortante; per altri poter co-partecipare alla creazione dello spazio condiviso per la terapia rappresenta uno stimolo di creatività. Alcuni scelgono di sfruttare l'occasione per mostrare parti della loro quotidianità ed intimità (come ad esempio mostrare la casa, o la propria camera da letto, alcuni oggetti lì presenti o addirittura volerti presentare il cane o familiari in altre stanze) altri invece scelgono la parete più "neutrale" possibile e prestano attenzione affinché nulla del loro mondo personale entri in campo attraverso la telecamera o il microfono. 

Per alcuni essere a casa propria durante l'incontro di terapia fa sentire un senso di protezione, di forza, e permette quindi una maggiore disponibilità di affrontare alcuni discorsi o di fare tentativi elaborativi e di sperimentazione più scomodi; per altri invece è proprio lo spazio della loro quotidianità a rappresentare il palcoscenico delle loro maggiori difficoltà e quindi è lì che si sentono più vulnerabili e in difficoltà. 

Non si può affermare che la terapia su Skype sia "meglio" o "peggio" rispetto a quella tradizionale, ma di può invece dire che apra alcune diverse possibilità e ne chiuda altre, di volta in volta differenti caso per caso. E' solo sapendole osservare, leggerle e potersene quindi fare qualcosa all'interno del lavoro con l'altro che ne fa uno strumento più utile o meno utile, esattamente come per ogni altro strumento professionale.

Aprendo ad un campo nuovo Skype impone anche nuove domande, nuove revisioni professionali e sicuramente porta con sé la necessità di aggiungere nuove esperienze alle nostre costruzioni.

Per concludere, ormai Skype è entrato nelle nostre vite quotidiane, sia private che professionali. Non credo si possa tornare indietro o non voler ammettere la sua presenza ma penso, invece, ci spetti la scelta sulla posizione da assumere nei suoi confronti, il ruolo che in questo campo, ormai dilatato, vogliamo assumere.

D'altronde, secondo la teoria costruttivista, “non si può non scegliere” e, anche quella di non farlo, è di per sé stessa una scelta.

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9June 2020 

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La Rubrica "Psicoterapia: a tu per tu con i lettori"

(ALLORA!  Edizione Giugno)

La nostra nuova Rubrica…..

La psicologia è per sua natura  “caso-specifica” e ogni qual volta si provi a esprimere pareri o suggerimenti senza un reale interlocutore è necessario mantenersi su un piano astratto, con il rischio di risultare spesso troppo generici e, di conseguenza, a voi poco utili. Questo spazio nasce quindi con lo scopo di creare uno spazio interattivo in cui voi lettori abbiate la possibilità di esprimere dubbi personali, porre domande, riportare situazioni concrete e poter ricevere una risposta individualizzata che possa essere di utilità per voi e per chi, leggendola, si potrà sentire vicino alla vostra esperienza. 

Naturalmente in molti casi non sarà possibile dare una risposta esaustiva ed esauriente, sia per motivi di spazio sia di alcuni elementi mancanti per una completa comprensione. In questi casi, o in circostanze di maggiore urgenza che non possano attendere l’uscita del numero successivo, vi invito a contattarmi direttamente ai recapiti qui riportati. 

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I casi di oggi: 

Nel numero di oggi vi riporterò 5 situazioni che ho incontrato nel corso dell’ultimo periodo e che ritengo rappresentative di come la situazione attuale, legata al COVID, abbia toccato (e stia ancora toccando) in varie forme tutte le fasce d’età. 

 

S (7mesi): “Durante questo periodo di ritorno alla normalità dopo la quarantena stiamo incontrando enormi difficoltà a mantenere una routine giornaliera con S.: tutti gli orari dei riposino pomeridiani sono sbalzati, la sera si addormenta tardi,  la notte i risvegli sono frequenti e quando è sveglio è sempre nervoso ed irritabile.” 

 

Tutto è accaduto così velocemente che lo stravolgimento delle nostre vite avvenuto in questo periodo ha facilmente portato con sé una necessaria rapida riorganizzazione del nostro quotidiano. E’ facile presumere che per qualcuno non sia stato semplice, così come non sarà semplice ora cambiare di nuovo. Per qualcuno sono entrati in gioco anche aspetti emotivi e psicologici più complessi, ma per quasi tutti è stato necessario un processo di adattamento fisiologico relativo ai più “banali” aspetti quotidiani, come il ciclo sonno veglia. Credo che la gestione del passaggio da una fase all’altra debba focalizzarsi sulla “gradualità” anziché sullo stravolgimento repentino dei nostri equilibri. Questo vale per gli adulti con le loro abitudini spesso instaurate e conquistate da lungo tempo ma ancora più per i bambini che le stanno ancora cercando di stabilire.

Nel caso specifico di S. abbiamo aiutato i genitori a ristabilire una routine che facesse particolare attenzione ai “segni di stanchezza” di S. ed abbiamo impostato, con l’aiuto della Dott.ssa Diaco (collega specialista in “disturbi del sonno”) una routine giornaliera adatta alla sua precisa fascia d’età. 

 

A (4anni): “Nostra figlia A. ha 4 anni, abbiamo cercato di tenerla il più possibile allo scuro, al riparo, da quanto stava accadendo in questo periodo perché abbiamo ritenuto che fosse troppo piccola per capire e temevamo di spaventala. Nonostante i nostri sforzi però, nell’ultimo periodo coincidente con la chiusura delle scuole, ha sviluppato delle paure che prima non si erano mai manifestate. Ha paura di non avere più amici e che sia loro che i nonni non la vogliano più vedere. In aggiunta a questo ha costantemente bisogno di stare in nostra compagnia (anche la notte abbiamo ripreso a farla dormire nel lettone con noi, cosa che non accadeva ormai da 2 anni) come se avesse paura di non vedere più nemmeno no se ci allontanassimo. E’ doloroso vederla così ma al tempo stesso mi chiedo se non sia preferibile evitare di renderla partecipe a quanto di grave e drammatico accade fuori dalla nostra porta.”

 

Ciò che non si conosce, ciò che non si comprende, ciò a cui non si riesce a dare “un senso” spaventa. Spesso il “non poter comprendere” cosa ci accade ci getta nell’angoscia e nella paura spingendoci (in molti casi) ad aggrapparci alle uniche spiegazioni che riusciamo a trovare, pur di mettere un ordine che ci salvi dal caos. Nel caso di A., non avendo a disposizione altre chiavi di lettura, ha dovuto spiegarsi l’allontanamento dai suoi amici e dai nonni (così come probabilmente la sua stessa chiusura in casa) come un non essere più desiderata da loro, una sorta di castigo. 

Ciò che suggerisco ai genitori di A. quindi è di aiutare ed accompagnare A. nella comprensione di quanto sta accadendo, in una forma per lei fruibile e utile, per permetterle di darsi una nuova spiegazione all’unica plausibile che a finora trovato. Una lettura nuova, diversa, e quasi certamente meno per lei dolorosa. I bambini, specialmente quelli più piccoli, si rifanno alle spiegazioni degli adulti per leggere ciò che gli accade, per spiegarsi gli avvenimenti e attribuirgli un valore (paura, normalità, gravità etc). Lo sforzo degli adulti che gli saranno vicini (genitori, parenti, insegnanti etc) deve andare quindi nella direzione di permettere dare un significato che permetta loro una comprensione di ciò che staranno vivendo. 

 

D (68): “L’annuncio delle nuove disposizioni e il prossimo ingresso nella fase di riapertura mi ha terribilmente agitata. E’ stato cosi difficile adattarsi a rinunciare alle mie piccole abitudini e ora non faccio che pensare a come sarà  dovermi riadattare a stare fuori in mezzo alla gente. In modo particolare mi preoccupa molto il poter sembrare maleducata o distaccata,  in modo particolare con le mie figlie e i miei nipotini piccoli. Avrei un’enorme desiderio di abbracciarli e so che loro proveranno a farlo perché sono troppo piccoli per capire…non so se riuscirò a rifiutarli. “

 

Come è stata vissuta in modo diverso la situazione di “isolamento” sarà vissuta ora in modo diverso anche la “riapertura” verso l’esterno. Per alcuni sarà più semplice, per altri meno; alcuni troveranno difficile adattarsi ad alcuni aspetti, altri ad altri. Quello che suggerisco è di concedersi il tempo e spazio personale necessario per riadattarsi. Di ascoltarci, comprendere i nostri bisogni e, per quanto sarà possibile, prenderci il tempo per riorganizzare la nostra quotidianità gradualmente. 

Gli anziani, in particolare sono, e si consapevoli di essere, una categoria più “debole”, più vulnerabile, più a rischio e bersaglio di un possibile contagio ed è importante che chi gli circonda (specialmente chi vorrebbe amabilmente “stargli vicino”) rispetti il loro bisogno di sentirsi al sicuro, tutelato, protetto. Talvolta, come nel caso di D. sarà difficile per loro esprimere queste difficoltà e questi timori e sarà importante, quindi, leggere noi tra le righe evitando a loro lo sforzo. 

 

B. (23 anni): “Ho passato tutta la vita a guardare in faccia l’abisso delle malattie incurabili, difficilmente diagnosticabili, dai risvolti letali e mi sentivo cosi avvantaggiato in questa situazione che, almeno questa volta, questo virus non mi spaventava. Sono così abituato a soppesare il rischio di ogni singolo comportamento e avere tutto sotto controllo che l’idea di chiudere tutti nelle proprie case e dover gestire la propria incolumità non mi spaventava affatto, anzi, mi dava un certo senso di serenità. Via via che passava il tempo però i pareri dei professionisti sanitari hanno cominciato a trapelare incertezze, abbandonandomi con risposte equivoche ogni volta che mi documento. L’idea che presto, troppo presto, la mia incolumità sarà nelle mani della responsabilità sociale (o forse dovrei dire “irresponsabilità”) dei miei amici e parenti mi getta nel panico più totale”.

 

Ho scelto di riportare quest’altra testimonianza per far riflettere, in riferimento a caso precedente, sul fatto che l’esperienza di “vulnerabilità”, la paura del contagio e l vissuto del rischio non appartengono o addirittura coincidono ad una precisa fascia di età. Quindi sarà importante fare attenzione e rispettare il bisogno di sentirsi al sicuro degli altri che sarà del tutto soggettivo ed indipendente spesso dall’età anagrafica. 

B, come altri, reclamano (e reclameranno in particolare in questa fase) una certa strutturazione, imposizione e rispetto delle regole. 

Questo perché, per alcune persone, l’ordine rassicura, restituisce tranquillità rispetto al caos che li getta nell’angoscia.

E’ importante che nell’approcciarci a questa fase, in cui le regole sono “lasse” e a volte “ambigue”, a guidarci sia la tutela nostra e dell’altro. 

A livello psicologico ed educativo poter attribuire un senso ad una regola è l’ingrediente fondamentale perché venga rispettata anche senza un “controllo” facendo appello alla responsabilità personale. 

E’ per questo motivo che, nel presentarvi il caso di D e B. (Che sono solo due esempi tra i tanti) spero di rendere più facile per alcuni comprendere il significato di rispettare alcuni spazi e tempi, aldilà di regolamenti e sanzioni.

Interview Radio Italia Uno

#staytuned

Radio Italia Uno_Adelaide

12 May 2020 

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Con una serie di Mail e audiochat dall’Australia vi racconto e si raccontano Giulia e Jacopo. Dunque, intanto come state.. Le difficoltà a tanti km, pardon continenti, da casa. Che strana la vita, non possiamo vederci, abbracciarci,  ma possiamo sentirci in un attimo dall’altra parte del mondo..

Read all Interview

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L'intervista con Alberto Padovan

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Riscoprirsi

in Quarantena

LA FIAMMA

Monday 13rd of April 2020

E’ tempo di adattamento per tutti.

Un tempo in cui modifichiamo le nostre abitudini, riprogrammiamo le giornate, misuriamo le distanze,  facciamo i conti con presenze allegre o ingombranti e assenze dolorose o piacevoli. 

Ci viene chiesto di rinunciare ad attività che hanno strutturato le nostre giornate fino a pochi giorni fa, di rinunciare ad incontrare i nostri amici, i nostri parenti, di confinarci in uno spazio limitato. In alcuni casi ci viene chiesto di cambiare drasticamente il nostro modo di lavorare e, a volte, ci viene proprio impedito di fare il nostro lavoro. Non è facile, anche quando ne comprendiamo il senso e scegliamo di adeguarci con convinzione, non è facile.

 

Emotivamente è un massacro: frustrazione, senso di perdita, disorientamento, confusione, spaesamento, tristezza, nostalgia, vuoto, rabbia, ansia per il futuro incerto, la minaccia alla nostra incolumità fisica, preoccupazioni economiche, la solitudine. 

È importante concedersi il privilegio di tutto questo corredo emotivo perché è plausibile che prima o poi arrivi e, negarlo, sarebbe deleterio.

I momenti di crisi ci impongono di ripensare al nostro modo di vivere, dalle abitudini più piccole alle aspirazioni più grandi. La sensazione è quella di perdere le speranze, aspettative, certezze, e quindi di faticare ad immaginare un futuro.

L’attesa è il tempo in cui le cose sembrano non succedere, un tempo sospeso, in cui l’esistenza sembra mettersi in pausa. Il problema è che, per quanto ci proviamo, noi non possiamo mettere in pausa la nostra vita. Anzi, proprio la sensazione di essere in sospeso ci genera sofferenza, perché sentiamo il tempo come meno significativo e a nessuno piace che il proprio tempo non sia significativo.

 

Come se l’unica domanda possibile fosse:

Quanto manca? 

L’adattamento è un processo attivo in cui siamo chiamati ad accettare ciò che è cambiato, a fare i conti con i nuovi limiti che l’ambiente ci pone ed individuare le nostre possibilità di azione. La prima cosa da fare è pensarsi protagonisti e sapere che possiamo e dobbiamo scegliere. Scegliere che tipo di persona vogliamo essere in questo contesto, chi vogliamo accanto, di chi ci vogliamo fidare. Ricordare che stiamo sempre scegliendo ci può spaventare perché, da un certo punto di vista, responsabilizza.

Al tempo stesso, però, ci permette di tenere consapevolmente in mano il timore in un mare in burrasca e, ancora più importante, ci restituisce quel senso di libertà che ad oggi viviamo come negato.

In un momento in cui le abitudini vengono sconvolte ognuno di noi mette in atto le proprie strategie e meccanismi adattivi per fronteggiare un problema e ridurre o tollerare lo stress che ne deriva. Per alcuni questo significa buttarsi in mille attività, per altri, tutto il contrario. 

Ognuno di noi ha bisogno di fissare alcuni punti fermi, alcune convinzioni su cui puntellare il pensiero e la gestione della propria quotidianità. Per alcuni può essere la fede, per altri un profondo senso etico, per altri ancora la volontà di proteggere i propri cari, o l’idea di patria. Molti di noi si stanno ritrovando attorno al valore della solidarietà, ma c’è anche chi si sente più sicuro se pensa solo a se stesso. Ciascuno di noi vive “la stessa situazione” in modo personale e unico, le nostre emozioni e reazioni possono essere diverse, o addirittura antitetiche, tanto distanti da risultare reciprocamente incomprensibili. Invito a vivere la profonda incertezza di questo momento come un’occasione per allargare lo sguardo e non a chiuderlo, ad approfondire l’analisi e non a semplificare, a cercare di comprendere anziché giudicare. 

Allora mi dico, proviamo a cambiare domanda e proviamo a chiederci: Cosa sta succedendo durante questa attesa? Cosa sto scoprendo di me? Chi vorrei/non vorrei insieme a me? Come stiamo insieme e come vorrei che stessimo? Potremmo scoprire che l’attesa non è un tempo vuoto, ma è pieno di noi, delle nostre paure, fatiche, emozioni, risorse. L’attesa è un tempo dentro il quale possiamo provare a scegliere come stare: potremmo scoprirci trovare creativamente nuove attività da fare, potremmo recuperare passioni messe da parte negli anni, potremmo capire che di fare miriadi di cose che rimandavamo con la scusa del non tempo in realtà non ne abbiamo semplicemente voglia, potremmo anche concederci di lasciarci andare allo sconforto. 

Serve ascolto, serve restare in contatto con noi stessi, serve comprendere che impatto tutto questo avrà sulla nostra vita. Non sarà una parentesi per cui, alla fine, tutto tornerà come prima. No, ci cambierà per sempre, cambierà noi e le nostre vite. 

La paura è un’emozione che non si può scegliere, ma, in una certa misura, noi possiamo scegliere cosa farcene, come risponderle, se e come affrontare cosa ci spaventa. Ciò che ci permette di pensare di poter far fronte a ciò che temiamo è la consapevolezza di avere gli strumenti e le risorse che ci hanno permesso di affrontare  molte altre situazioni, reggere difficoltà e anche risolverle. 

La consapevolezza delle nostre risorse genera fiducia, e la fiducia genera coraggio.

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Affacciandoci alla fase 2

LA FIAMMA

Tutto e’ accaduto così velocemente che, mentre stiamo ancora faticosamente tentando di adattarci alle drastiche trasformazioni che il nostro quotidiano ha subito, e’ già tempo di cominciare a prepararsi ad una nuova fase. Dobbiamo confrontarci ora con una cauta ripresa di contatto con le dimensioni sociali e dobbiamo affrontare una lenta fuoriuscita dalla condizione di privazioni che ha caratterizzato le ultime settimane. 

E’ facile presumere che non sarà semplice. A parte la fatica fisiologica di un nuovo processo di adattamento, dovremo fare i conti con una molteplicità di emozioni, a volte contrastanti. Da una parte il sollievo, dall’altra l’ansia e la preoccupazione. Niente ci potrà dire a breve che il pericolo di contagio sia scampato e, anzi, le modalità imposte sul distanziamento sociale che dovremo rispettare saranno li’ a ricordarcelo costantemente. 

Ci sono vari modi in cui stiamo affrontando questa attesa: molte persone attendendono con trepidazione il “dopo”, altre sentono crescere una sorta di malinconia rispetto all’esperienza di questi giorni di “arresti domiciliari”, alcuni hanno subito un lutto e nn hanno avuto ancora il tempo per elaborarlo, altri hanno scoperto cose preziose di Sé e hanno paura di perderle, altri ancora non vedono l’ora di tornare a fare alcune cose ma ne sono al contempo spaventati.

Non c’era un modo “giusto” o “sbagliato” di vivere il “prima”, non c’è per il “durante” e non ci sarà neanche per il “dopo”. 

 

Concordo con Lo Piccolo quando dice: “I processi di elaborazione degli accadimenti non sono immediati, hanno bisogno di tempo e hanno bisogno di una distanza. Siamo ancora troppo immersi dentro le condizioni determinate dalla quarantena per poter pensare di avere avviato un qualche processo elaborativo. Sara’ utile quindi darsi un tempo per smaltirle, senza avere troppe aspettative e, meno ancora, troppa urgenza. La gestione del tempo soggettivo e il rispetto dello stesso e’ l’elemento fondamentale per una piu’ semplice transizione da un tempo sociale sospeso ad un altro. In soccorso potra’ certamente venire la capacita’ di ricominciare ad apprezzare le piccole cose riconquistate, che prima davamo per scontate.

 

Come quando si comincia a venire fuori da una fase convalescente, in un misto di fragilita’, timore e speranza”. 

Lo stravolgimento delle nostre vite, che ha caratterizzato questo periodo, porta facilmente con sé una necessaria riorganizzazione, sia di aspetti concreti, quotidiani, personali ed interiori.

 

Tutti saremo chiamati a fare i conti con le ricadute di questi inattesi sconvolgimenti delle priorità, dei tempi e dei valori nella nostra quotidianità. Potremmo assistere a modifiche epocali del valore che le persone attribuiscono ad aspetti come il lavoro, la salute, il pericolo, la fiducia o diffidenza verso il prossimo. In questa fase di transizione sarà quindi importante lavorare su questi aspetti di “riorganizzazione personale”.

C’è chi associa l’esperienza che vivremo nella fase 2 a quella della riorganizzazione seguente un lutto: dopo una fase iniziale di privazione, negazione e stordimento, segue un’elaborazione della frustrazione, della sofferenza e della rabbia; al termine di questo processo, infine, recuperiamo le nostre risorse e riprendiamo a vivere in una situazione personale e relazionale che però, nel frattempo, si è modificata. La differenza con una normale elaborazione di un lutto, però, è che ora non siamo noi a scandire i tempi ma siamo chiamati a rispettare quelli che qualcun altro ci impone dall’esterno.

Credo che, alla luce di queste considerazioni, la gestione di questa fase debba essere volta al recupero graduale della nostra “normalità”. Punterei sul fatto di non stravolgere nuovamente la quotidianità con la quale, con fatica, siamo riusciti a trovare un nuovo equilibrio; prendiamoci il tempo necessario nel tornare alla vita al di fuori dalla nostra dimora, nel ritrovare il contatto fisico, nel riaprirci alla sfera relazionale. 

Proporrei di non buttare via quanto riscoperto e ritrovato nel corso della fase precedente e di creare un ponte tra ciò che eravamo prima, ciò che siamo stati durante e ciò che saremo d’ora in poi, affinché si crei una forma di continuità anziché la percezioni di “parentesi a Sè stanti” frammentate o addirittura incompatibili tra loro.

Per esempio, questo isolamento dalle nostre relazioni consuete e quotidiane, potrebbe aver cambiato la nostra idea ed esperienza di “presenza” (intesa come vicinanza a qualcun altro) allargandone i confini oltre alla dimensione della vicinanza o distanza fisica.

 

Questa revisione potrebbe aprire a nuove diverse esperienze, se la portiamo con noi nel futuro anziché abbandonarla nel presente. 

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Monday 11th of May 2020

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